LEIVI
 

S. Rufino

           

 

 

 

 

LOCALIZZAZIONE

   

           

Autostrada              Genova-Livorno, casello Chiavari

                                

Ferrovia                   Genova-La Spezia, stazione Chiavari

                                  

da Chiavari             direzione Leivi-Bocco di Leivi

 

 

 

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SCHEDA   DI  CATALOGAZIONE

 

DATAZIONE

Fondazione                                                       fondazione: XII sec.        

                                                                           demolizione :1675                

                                                                           seconda chiesa: 1687 già terminata

 

PROSPETTI

Facciata                                                            a capanna

 

Elementi architettonici                                     sei lesene con capitello composito

e decorativi caratterizzanti.                                               

 

PIANTA

 

 

Leivi, S.Rufino

 

 

Orientamento: ingresso-abside                     sud-nord

 

Tipologia                                                           architettura religiosa

 

Schema                                                             pianta longitudinale

 

Ingressi: In facciata                                          un portale sud

               Laterali                                               ---

Navate                                                               unica

 

Campate                                                           ---

 

Abside                                                               semicircolare esterna    

 

Altari                                                                  uno maggiore + quattro laterali

 

Campanile                                                        in facciata, lato destro

 

 

SISTEMA DI COPERTURA

Copertura navata centrale                              volta a botte

                  navate laterali                                 ---

 

 

ARTISTI – OPERE

Resio R.                                                            catino absidale, affresco, inizio XX sec.

Resio R.                                                            S. Rufino in gloria, affresco in facciata, inizio XX sec.

Fiasella Domenico (scuola di) o                    Mosè alla prova dei carboni ardenti,

Ansaldo Giovanni Andrea (scuola di) o         olio su tela, 1640 ca.

Carlone Giovanni Battista

 

De Ferrari Giovanni Andrea                           L’incontro di Giuseppe e Giacobbe, olio su tela, 1640 ca.

Galeotti Giuseppe                                            Angeli recanti simboli dell’Immacolata, frammento,olio su tela, 1773

 

DESTINAZIONE

Originaria                                                          Chiesa dipendente dalla Chiesa arciplebana di S. Stefano di Lavagna

 

Attuale                                                               Chiesa parrocchiale       

                                                                                              

 

 

CENNI  STORICI

 

   La Parrocchiale di S. Rufino di Leivi sorge quasi sul crinale della collina, lungo l’antica strada che collegava Ri Alto con il Bocco di Leivi e si affaccia sui poderi che appartenevano alla nobile famiglia dei Solari, affiancati dalla torre quadrangolare merlata (XII sec.). Non risulta possibile risalire all’origine storica di S. Rufino, ma si può datarne la costruzione al secolo XII, per volontà del Vescovo di Genova che si proponeva di dare alle popolazioni residenti una chiesa più grande e più accessibile di S. Lorenzo, già S. Ambrogio, annessa fino al XIV sec. a S. Rufino.

   S. Rufino dipendeva dalla chiesa arciplebana di S. Stefano di Lavagna, che era la chiesa-matrice della zona, ma venne presto ad assumere, grazie alla forte personalità dei suoi Rettori e al patronato della potente famiglia Solari, un ruolo primario rispetto alle chiese limitrofe. Infatti dagli atti della Visita Pastorale del Cardinale Durazzo (1645-1652) risulta che era chiesa arcipresbiteriale e aveva alle sue dipendenze N. S. Assunta di Certenoli, S. Colombano di Vignale, S. Maria di Camposasco, S. Michele del Bosco, le Parrocchiali di Maxena e di S. Pier di Canne.

   Secondo una tradizione, riportata dai Remondini, la serie dei parroci secolari si sarebbe interrotta agli inizi del ‘500, per riprendere dal 1602: nel corso del XVI secolo la chiesa sarebbe stata affidata ai Monaci benedettini dell’Abazia di S. Andrea di Borzone.

   Maggiori sono le notizie sui parroci seicenteschi, di cui cui si è tramandato il forte influsso sulla vita economica e culturale della Parrocchia: ad esempio Don Domenico Bratti, di cui, nella Visita Durazzo, veniamo a conoscere la lamentela appassionata sulle difficoltà di insegnare il catechismo alla popolazione locale (metà XVII sec.).

   Ai Rettori di S. Rufino si deve riconoscere il merito di essere stati depositari e difensori del patrimonio  storico-artistico della Villa Leivi.

   Dai Registri parrocchiali abbiamo appreso che nel 1582 fu abbattuto l’altare di S. Giovanni Battista, ritenuto “indecoroso”, che nel 1605 vennero eseguiti lavori di restauro per il portale di ingresso e infine che nel 1675 si procedette alla demolizione della prima chiesa.

   Sempre dalle fonti parrocchiali veniamo a sapere che i lavori di ricostruzione della nuova chiesa nel 1687 erano già terminati, preceduta già nel 1628 dalla ricostruzione della Sacrestia e della Canonica. Quest’ultima venne comunque ricostruita ancora una volta nel 1854-55, utilizzando le pietre dell’Oratorio di S. Maria di Maggiolo, poco lontano da S. Rufino, di cui oggi non restano tracce emergenti, e che probabilmente ebbe funzioni di Parrocchiale nel periodo di dodici anni tra la demolizione della prima e la costruzione della seconda chiesa di S. Rufino.

 

 

 

DESCRIZIONE  ARTISTICA

 

Fondamentale fonte per lo studio di questa chiesa è stata la monografia su Leivi di Claudio Montagni e Loredana Pessa. Il prospetto principale della Parrocchiale di S. Rufino di Leivi, sobriamente decorato da un finto bugnato liscio, presenta una forma a capanna ed è spartito da sei lesene con capitello composito, tra le quali si apre una finestra circolare che dà luce all’interno.

 

Leivi, S.Rufino, facciata

 

   Sotto la finestra si trova l’affresco con S. Rufino in gloria, di R. Resio, il pittore che all’inizio del ‘900 ha affrescato anche l’interno.

 

 

Leivi, S.Rufino, R.Resio, S.Rufino in gloria, affresco, inizio XX sec.

   Il motivo del timpano, che corona la parte superiore della facciata secondo un gusto neoclassico, viene ripreso in scala minore dalla decorazione del portale di ingresso.

   Sulla destra dell’edificio si eleva la torre campanaria, che rispecchia le tipologie più diffuse del tardo ‘700 ligure; sullo stesso lato sorge la Canonica.

 

Leivi, S.Rufino, torre campanaria, XVIII sec.

                                                                                                   

   A differenza di S. Bartolomeo di Leivi, S. Rufino non è orientato secondo l’asse tradizionale ovest-est, ma guarda a sud.

   Al suo interno la chiesa presenta un’aula unica, con due modeste rientranze laterali prive di altare, subito dopo l’ingresso, e più avanti due altari laterali collocati in esedre rettangolari che danno l’illusione di uno pseudo-transetto.

 

 

Leivi, S.Rufino, interno

   Le dimensioni misurate sono in larghezza m. 9, più m. 1,5 di profondità per ciascuna cappella, m. 17 in lunghezza, oltre il presbiterio che è di m. 8,5.

   La chiesa è coperta da una volta a botte decorata all’inizio del ‘900, che si collega all’abside tramite un catino absidale affrescato come la volta e la facciata da R. Resio.

   La zona presbiteriale è indubbiamente la più interessante, caratterizzata dall’altare in marmi policromi e dagli stalli in noce del coro. Questi ripropongono una tecnica molto diffusa nelle chiese del territorio circostante, e pur senza spiccare per particolari qualità di fattura e di linea, sono coerenti alla curva absidale e costituiscono il logico completamento della decorazione muraria.  Quanto all’altare, si nota una notevole analogia con quello di S. Bartolomeo di Leivi.

 

 

Leivi, S.Rufino, altare maggiore

   Gli altari sono cinque, quattro laterali, più il maggiore: il primo ha l’ancona del Crocifisso, il secondo è dedicato al Precursore, S. Giovanni Battista, il terzo è quello maggiore, il quarto ha la statua della Madonna del Rosario, il quinto è intitolato a S. Rocco, rappresentato  insieme ai Santi Martiri Desiderio e Sebastiano.

   Negli inventari e negli atti delle Visite Pastorali la chiesa di S. Rufino appare come la più dotata di arredi sacri in argento e di dipinti di livello artistico notevole per una chiesa rurale, che si sono in gran parte conservati grazie alla frequenti donazioni di parrocchiani facoltosi e allo spiccato gusto per il collezionismo di molti dei suoi Rettori. Le chiese di Leivi hanno avuto più volte nella seconda metà del ‘700 l’occasione di ricevere doni di connoisseurs locali, di gusto artistico sicuro e aggiornato.

   I due dipinti più interessanti della chiesa si trovano nel presbiterio, uno sul lato sinistro e l’altro sul lato destro del coro: il primo è Mosè alla prova dei carboni ardenti, olio su tela, attribuito, dopo il restauro del 1986 a cura di G. Algeri, alla scuola di Domenico Fiasella o di Giovanni Andrea Ansaldo e datato intorno al 1640.

 

Leivi, S.Rufino, Domenico Fiasella (scuola di) o Giovanni Andrea Ansaldo (scuola di) o G.B.Carlone,  Mosè alla prova dei carboni ardenti, olio su tela, 1640 ca.

 

Questo quadro e il suo pendant erano una donazione del Marchese Ranieri Grimaldi che, insieme al fratello Paolo Gerolamo, grande di Spagna, aveva acquisito nel corso del XVIII sec. in possesso enfiteutico il  Palazzo dei Costaguta (che dai Grimaldi passerà nel 1824 ai Pallavicino e infine ai Rocca). Della donazione è memoria nel Libro dei conti del 1769, in cui l’arciprete G. B. Oneto annota la cospicua spesa di L. 124,12 per il restauro di due quadri del coro, “regalo fatto alla chiesa, ad istanza di me Arciprete, da sua Eccellenza Ranieri Grimaldi, opera di insigne pennello, chi vuole di Giovanni Battista Carlone, quello che ha dipinto il coro di S. Lorenzo, la chiesa di S. Siro, la SS. Annunziata in Genova...altri vogliono essere questi del famoso Sarzana”. Come si vede i risultati dell’analisi stilistica delle due tele dopo il restauro non sembrano confermare quanto scritto dal Rettore, che le attribuisce in primo luogo   al Carlone e solo come seconda attribuzione a Domenico Fiasella detto il Sarzana. L’episodio rappresentato non compare nell’Antico Testamento, ma è tratto da Le antichità giudaiche di Giuseppe Flavio: Mosè, da bambino fece cadere inavvertitamente la corona del Faraone, con cui si mise a giocare. Un ministro presente propose di punire il piccolo con la morte, mentre un altro (che nella tela è il vecchio accanto al trono), si oppose proponendo una sorta di “giudizio di Dio”: verranno poste davanti al piccolo Mosè due coppe, una contenente un anello con rubino e l’altra un carbone ardente. Se sceglierà la prima, verrà ucciso, sarà graziato se sceglierà la seconda, mostrando la sua mancanza di discernimento. Mosè si portò alla bocca il carbone ardente e fu salvo. Nel dipinto viene rappresentato il momento culminante dell’episodio: la composizione, che ha abbandonato il taglio di origine caravaggesca con le figure monumentali spesso a mezzo busto che emergono dall’oscurità (v. B. Strozzi, Giovanni Andrea De Ferrari, G. Assereto), presenta i personaggi a figura intera collegati tra loro da una corrispondenza gestuale di tono teatrale, tipica degli anni ’30-’40 del Seicento, che si trova in Giovanni Battista Carlone, Orazio De Ferrari e nella maturità di Domenico Fiasella, a indicare un lento processo di avvicinamento alla forma barocca. La scena è ambientata in una stanza che riceve luce dall’esterno attraverso una apertura sullo sfondo ed è stata ampliata nel senso dell’altezza come adattamento alla nuova destinazione da “quadro di sala” a pala d’altare. Il Mosè purtroppo risulta assai alterato (la scena inizialmente aveva uno sfondo diverso, coperto da ridipinture che il restauro non ha potuto eliminare), è comunque un dipinto pregevole per l’impianto disegnativo, ancora di gusto tardo-cinquecentesco, che si unisce a un cromatismo  che dimostra la conoscenza della pittura fiamminga, in particolare di Van Dyck. La luminosità raggiunge l’apice nella figura della figlia del Faraone, dal volto bellissimo, investito da una luce radente. Le pennellate guizzanti, il cangiantismo delle vesti richiamano la piena maturità di Giovanni Andrea Ansaldo (Genova Voltri 1584-Genova 1638), o come altri hanno suggerito la sfera del Fiasella, per cui l’ignoto autore potrebbe essere uno dei numerosi allievi di quest’ultimo o dell’Ansaldo.

   Sul lato destro del presbiterio, il pendant del Mosè, L’incontro di Giuseppe e Giacobbe, olio su tela, come si è visto di provenienza analoga.

 

Leivi, S.Rufino, Giovanni Andrea De Ferrari (attribuito a ), Incontro di Giuseppe e Giacobbe, olio su tela, 1640 ca.

Il momento rappresentato è quello dell’incontro di Giuseppe col padre Giacobbe, in terra d’Egitto, dopo le lunghe traversie narrate nella Genesi. Rispetto all’altro dipinto, dal punto di vista stilistico, si nota una maggiore tendenza alla monumentalià: i personaggi sono raggruppati in tre blocchi, a partire dalla donna accovacciata sulla sinistra che allatta due gemelli (da identificare con Tamar, moglie di Giuda), alla quale corrisponde all’estremità destra la coppia di giovinetti (Efraim e Manasse, figli di Giuseppe, probabilmente) che regge lo strascico di Giuseppe. Il gruppo centrale, con i due protagonisti, domina la composizione, mentre sullo sfondo a semicerchio sono disposti gli altri figli di Giacobbe. Come si vede, la composizione ha un equilibrio sapiente, ma mentre la figura di Giuseppe presenta una posa lievemente manierata, nella donna in primo piano e nei figli di Giacobbe un vivace naturalismo richiama la pittura di Giovanni Andrea De Ferrari (Genova 1598-1669). Sulla base di confronti stilistici con altre opere di Giovanni Andrea, quali La famiglia di Giacobbe  dell’Accademia Ligustica e Giuseppe venduto dai fratelli della Galleria Nazionale di Parma, alcuni studiosi  datano la tela al quarto decennio del ‘600. Dovrebbe essere invece più tarda, se accostata al Giuseppe rifiuta i doni dei fratelli della Collezione Matthiesen, in cui la pennellata filamentosa e la stesura liquida del colore indicano la padronanza della tecnica fiamminga della velatura dell’ultimo Giovanni Andrea.

   Altre opere di indubbio interesse sono conservate nella Canonica:

-          tra queste, il trittico attribuito a Bernardino Fasolo, con  S. Giovanni Battista, S.  Rufino, S. Pietro, olio su tavola, 1525-30, si trova attualmente al Museo Diocesano di Chiavari: sono tre tavole appartenenti originariamente a un trittico che G. Algeri ha attribuito alla cerchia di Bernardino Fasolo. Mentre Montagni interpreta il terzo Santo assiso su un trono ligneo come un S. Giovanni Evangelista, la Algeri lo interpreta come un S. Rufino.

 

 

Chiavari, Museo Diocesano, Bernardino Fasolo (cerchia di), S.Giovanni Battista, S.Rufino e S.Pietro, olio su tavola, 1520-30

 

-          Ignoto pittore ligure, Madonna in trono con S. Agata, S. Apollonia e donatori, olio su tela, seconda metà del ‘500, proveniente dalla Cappella di S. Maria di Maggiolo

 

Leivi, S.Rufino, Canonica, ignoto pittore ligure, Madonna in trono con S. Agata, S. Apollonia e donatori, olio su tela, II metà XVI sec.

 

-          Giuseppe Galeotti, Angeli recanti simboli dell’Immacolata, frammento di un S.Rufino in contemplazione della Madonna in gloria, olio su tela, 1773. I piccoli angeli recano alcuni attributi iconografici della Vergine Immacolata: il giglio (Lilium inter spinas), lo specchio (Speculum sine macula), la palma. Questo frammento, insieme a un altro con l’Immacolata (documentata in canonica fino al 1988 da Montagni), apparteneva a una grande tela per il coro di S. Rufino, con il Santo titolare in contemplazione della Madonna in gloria, commissionata dall’arciprete don Oneto e datata 1773, come si legge nel Registro Parrocchiale che per quell’anno documenta un pagamento di Lire 686 a Giuseppe Galeotti, “uno de’ miliori pittori di questi tempi”.

 

 

Leivi, S.Rufino, Canonica, Giuseppe Galeotti, Angeli recanti simboli dell’Immacolata, frammento, olio su tela, 1773

 

-          seguace di Francesco Solimena, S. Domenico in adorazione della Madonna con il Bambino, olio su tela, inizio XVIII sec.: posto originariamente nella Cappella del Carmine o del Rosario (costruita nel 1702), è connesso al culto della Madonna del Carmelo, assai diffuso nella zona a partire dalla metà del XVII sec. La Vergine con il Bambino è seduta su di uno sperone roccioso, mentre S. Domenico, con i suoi attributi iconografici, il cane con la face accesa, il libro e il giglio, è inginocchiato a destra nella zona inferiore. Evidente il riferimento stilistico e iconografico all’opera del pittore meridionale Francesco Solimena (1657-1747): il volto di Maria ricalca un tipo ricorrente nelle opere di questo artista, in particolare nell’Adorazione dei pastori dipinta poco dopo il 1701 per al chiesa di S. Maria Donnalbina a Napoli. Tuttavia alcuni dettagli, come gli occhi stretti e allungati, la goffaggine degli angioletti, portano a escludere una paternità diretta del Solimena, per una attribuzione a uno dei tanti suoi imitatori, numerosi anche nell’ambiente genovese.

 

 

Leivi, S.Rufino, Canonica, seguace di Francesco Solimena, S. Domenico in adorazione della Madonna con il Bambino, olio su tela, inizio XVIII sec.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

-         AA. VV., Guida d’Italia. Liguria, T.C.I., Milano, 1982.

-         Archivio Parrocchiale di S. Rufino di Leivi, Libro di conti, 1605-1782.

-         Archivio Parrocchiale di S. Rufino di Leivi, Libro di conti, 1783-1870.

-         Archivio Parrocchiale di S. Rufino di Leivi, Libro di memorie di Giuseppe Lagorio Arciprete (1797-1841).

-         Chiarella G., Storia di Chiavari e dintorni, Biblioteca della Società Economica di Chiavari, 3.Y.III.30 ms. sec. XIX.

-         Della Cella A., Memorie di Chiavari, Biblioteca della Società Economica di Chiavari, 3.Y.II.22-24 ms. sec. XIX.

-         Montagni Claudio - Pessa Loredana, Leivi, Lettura di un paesaggio ligure, Sagep Ed., Genova, 1988.

-          Montagni Claudio, Materiali e tecniche degli antichi muratori liguri, Sagep, Genova, 1988.

-          Ms. Durazzo, vol. I, sec. XVII, Archivio Arcivescovile di Genova.

-          Pessa Montagni Loredana, Dipinti restaurati a Palazzo Rocca, Catalogo della mostra, Chiavari, Palazzo Rocca, 4-19 ottobre 1986, Sagep Ed., Genova, 1986.

-         Remondini Angelo e Marcello, Parrocchie dell’Archidiocesi di Genova, vol. IV, Genova, 1882-97.

-          Rocca G., Chiese, Monasteri, oratori di Chiavari e della Riviera, Biblioteca della Società Economica di Chiavari, 3.J.IV. 4-7 ms. sec. XIX.

-          Rocca G., Memorie diverse concernenti Chiavari, Biblioteca della Società Economica di Chiavari, 3.J.VIII.22-23 ms. sec. XIX.